Proserpine, recensioni – Francesco Arturo Saponaro

All’apertura del Festival dei Due Mondi
L’ambivalenza di Proserpina


Sei mesi sulla terra recando luce e rigoglio e sei negli Inferi rendendo le stagioni fredde e buie. La musica di Silvia Colasanti traduce con fine sensibilità drammaturgica, nell’opera andata in scena a Spoleto, il dramma della figlia di Giove e Cerere. La regia di Giorgio Ferrara ha ben funzionato così come la direzione d’orchestra affidata a Pierre-André Valade
Novità di teatro musicale, anche quest’anno, per l’apertura del Festival dei Due Mondi. Proserpine, opera di Silvia Colasanti, ha portato avanti, dopo il Minotauro dello scorso anno, il percorso della compositrice romana di creazioni ispirate al mito, percorso che nella prossima edizione completerà la trilogia con un altro titolo. È stato un caloroso successo, evento non frequente per la musica d’oggi, ma certo meritato per la raffinata partitura della Colasanti, autrice ormai consacrata sulla scena internazionale. Fonte letteraria è il dramma Proserpine della scrittrice britannica Mary Shelley (1797-1851), adattato a libretto, in lingua inglese, per la nuova opera da René de Ceccatty e Giorgio Ferrara, i quali si concentrano sulla vicenda principale, tralasciandone le divagazioni.

Figlia di Mary Wollstonecraft (1759-1797), intellettuale inglese, antesignana del femminismo, Mary Shelley non conobbe la madre, morta appena undici giorni dopo il parto. E visse ella stessa una maternità molto travagliata, avendo perso i primi tre figli avuti da Percy Shelley, poeta romantico e filosofo; soltanto il quarto sopravvisse e crebbe. Segnata da tali tragedie, Mary Shelley scelse come soggetto il mito di Proserpina proprio per approfondire le sue riflessioni sul rapporto madre-figlia, per lei angoscioso, e sull’enigma dei sentimenti materno e filiale. Nel dramma, l’inconscio e il vissuto affiorano inevitabilmente. Ed ecco quindi, in primo piano, il trauma del distacco tra Cerere e Proserpina, madre e figlia; ecco l’amore materno che compete con la divinità; e poi, il sostegno e la partecipazione dei personaggi, sei, tutti femminili a parte la marginale aggiunta di Ascalaphus. Ma, altrettanto interessanti, affiorano altri motivi: la maturazione di Proserpina al temporaneo ritorno dopo la coercizione del ratto, il giudizioso confrontarsi con gli alti e bassi del vivere, la regolare alternanza degli eventi naturali. Nell’antica cultura classica, il mito di Proserpina intende infatti spiegare l’avvicendamento delle stagioni. Nella tragedia pastorale della Shelley, Proserpina si intrattiene lietamente con la madre Cerere. Dovendo quest’ultima allontanarsi, e ascendere all’Olimpo per servire il cibo agli dei, ella raccomanda alle ninfe Ino ed Eunoe di sorvegliare la figlia, che è concupita da Plutone, signore degl’Inferi, dal quale potrebb’essere rapita. Il che, essendosi le due ninfe, nel loro adolescenziale candore, distratte, puntualmente accade. Rientrata sulla terra, Cerere si abbandona alla disperazione, non trovando più Proserpina. Appare la ninfa Arethusa, il cui racconto conferma i timori, e il ratto della fanciulla a opera di Plutone. Come d’uso nel teatro classico, il crudo episodio del rapimento si svolge fuori scena, dov’è soltanto riferito.

Lo sconforto di Cerere, e la sua conseguente inerzia come promotrice di frutti e fertilità, fanno appassire coltivazioni, alberi, fiori, diffondendo sterilità e carestia. Ecco allora sopraggiungere Iris, messaggera di Giove che di Proserpina è padre, e che fa riaffacciare la fanciulla sulla terra. Breve la parentesi di felicità. Giunge infatti il demone Ascalaphus, emissario di Plutone. Ascalaphus informa che, avendo la ragazza mangiato l’ultima sera, mentre vagava pei Campi Elisi, semi di melograno, frutto proibito, deve rientrare per sempre nel Tartaro e nelle viscere dell’inferno. A questo punto, è ancora Iris a recare le definitive volontà di Giove. Proserpina potrà soggiornare sulla terra, vicino alla madre, durante la primavera e l’estate, recando alla terra luce e rigoglio; ma, negli altri sei mesi dell’anno, sarà tenuta a tornare presso Plutone, e quindi le stagioni saranno fredde e buie.

E proprio in questa dimensione della perdita si configura la risoluzione del rapporto chiuso in sé stesso, del mutuo vincolo che ha fin lì legato madre e figlia. Da qui sorge un rapporto più compiuto, una relazione equilibrata e dischiusa a nuovi orizzonti. Ecco dunque l’ambivalenza di Proserpina, che assume profili diversi nelle due parti dell’opera. La musica di Silvia Colasanti (nella foto) traduce quest’evoluzione con fine sensibilità drammaturgica. Alle diverse voci è assegnata una prevalente melopea, per lo più un declamato melodico che però non nega episodi più lirici e ariosi. Nel primo atto, il canto di Proserpina (Dísella Lárusdóttir, soprano islandese) è quello di una fanciulla spontanea e inconsapevole, su una linea soave, tenera e intessuta di agilità. Al ritorno dagl’Inferi, la vocalità di Proserpina assume accenti solenni, e ne comunica la consapevolezza acquisita, la saggezza assimilata. Con un cast quasi tutto femminile, la compositrice è attenta a differenziarne i profili vocali. Detto della protagonista, il canto di Cerere (Sharon Carty) risuona incisivo, ardente nell’esprimere sconforto, ma anche rimpianto e stizza. E il suo dolore di madre le consente di indirizzare a Giove anche inflessioni supplicanti. Tinte fresche e ingenue nelle parti di Ino (Anna Patalong) ed Eunoe (Silvia Regazzo), drammatiche invece per Arethusa (Katarzyna Otczyk), eteree e sacrali per Iris (Gaia Petrone), messaggera di Giove, baritonali per il demone Ascalaphus (Lorenzo Grante).

Con tratto elegante, Colasanti intesse una partitura d’intensa pregnanza, avvolgendo il racconto mitologico di una presa drammaturgica che non conosce pause o cali di tensione, pur nelle escursioni contenute delle linee melodiche. La sua è una musica tersa, rarefatta, disegnata con la mano leggera e sicura di chi non ha bisogno di clangori. E in tal modo desta una straordinaria impressione, anche per l’intensa proprietà idiomatica con la quale è dispiegato lo strumentario: un brontolìo di percussioni connota i riferimenti soprannaturali e infernali, leggeri strumentini per i momenti giovanili, e invece fiati più gravi per le vocalità sacrali, l’arpa per dare colore a passaggi dialettici e appassionati. Molto bravo il direttore d’orchestra, Pierre-André Valade, a condurre su quest’articolato itinerario gli strumentisti dell’Orchestra Giovanile Italiana, che si sono ben disimpegnati. Eccellenti le due principali interpreti, Proserpina e Cerere, e accanto a loro molto bene il resto della compagnia di canto. Su scene di Sandro Chia, costumi sorprendenti e bislacchi di Vincent Darré, luci di Fiammetta Baldisseri, la regia di Giorgio Ferrara ha scelto movimenti contenuti, e ha ben funzionato. Molti applausi da un pubblico coinvolto e convinto.

Francesco Arturo Saponaro

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